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Quando un amico ti scrive la verità senza cercare la carezza. E l’amico in questione è Luigi Costantino, a cui ho preso in prestito un post pubblicato su Facebook che condivido, a cui ho voluto aggiungere qualche mia considerazione:

Caro Antonio ti scrivo (Lettera semiseria al futuro Governatore della Puglia)

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Quando un amico ti scrive la verità senza cercare la carezza. E l’amico in questione è Luigi Costantino, a cui ho preso in prestito un post pubblicato su Facebook che condivido, a cui ho voluto aggiungere qualche mia considerazione: 

Ci sono lettere che nascono già storte, e non perché siano mal scritte, ma perché hanno quella piega obliqua di chi le spedisce non per piacere, ma per necessità morale. E questa, del mio amico Luigi — uomo che stimo e che ha il talento di fare ironia con la precisione di un chirurgo che usa il bisturi per sbucciare una pesca — è una di quelle.

Luigi comincia forte, dando del “tu” ad Antonio De Caro, evitando il rischio di un “caro De Caro” che, come lui stesso ammette, avrebbe già messo la conversazione “a merda” in partenza. E subito lancia l’amo: pare che scriverti sia diventato lo sport regionale.

Da lì, parte la sua piccola arringa semiseria. Non è un candidato, non è un consigliere comunale, non è un sindaco in attesa di benedizione: è solo un elettore potenziale, senza poltrone da difendere, uno che può permettersi il lusso di dire ciò che pensa senza calcolare il prezzo della verità.

E la verità, detta così, suona amara: l’idea che in una coalizione l’individuazione del leader sia più importante del programma è, per Luigi, la sconfitta stessa della politica. Quella roba che — a parole — “tutti importanti, nessuno indispensabile”, ma che in pratica diventa “tutti alla corte dell’uomo solo al comando”.

Il paragone con il 2015 è inevitabile: allora il Michelone nazionale era l’invincibile, l’unico, il salvatore. Oggi è il nome da evitare “come la peste”. Stesse facce, stesso entusiasmo di circostanza, stessa coreografia di convenienza: solo che, per dirla con Guccini, “si sono avvicinati a un altro culo”.

Il consiglio di Luigi a De Caro, lapidario e controcorrente:

“Spariglia. Resta a Bruxelles. Lasciali nel pantano che si sono scavati. Una coalizione che in dieci anni non ha pensato a un piano B merita di fare opposizione, di purgarsi dal potere e riscoprire se sa ancora fare politica senza governare.”

La sua lettera non è zuccherosa, non ha i nastri di raso delle missive di cortigiani e pretendenti. È un biglietto infilato sotto la porta, scritto senza la lingua ma con il cervello e un po’ di pancia.

E se un giorno, tra i fiumi di missive che ti stanno arrivando, Antonio, questa ti capiterà tra le mani, sappi che dietro c’è un amico mio, che non ti chiede niente. Solo di pensare.

Chiosa

Quella di Luigi Costantino non è solo una lettera a De Caro: è un’istantanea di come certa politica viva in apnea, senza ossigeno di idee, attaccata a una bombola chiamata “leader del momento”. È il paradosso di un centrosinistra che, in dieci anni, non ha mai messo mano a un piano B — come se la leadership fosse un monopattino elettrico in sharing: usi quello che trovi e speri che non ti lasci a piedi a metà strada.

Il problema non è De Caro. Il problema è che, senza di lui, si ha l’impressione che tutto crolli. E questo non è amore politico: è dipendenza affettiva. È la fragilità di un sistema che misura la propria sopravvivenza non sulle idee ma sulla capacità di stringersi attorno a una figura, fino alla prossima delusione.

Forse, come dice Luigi, servirebbe davvero una pausa all’opposizione. Una quarantena di potere. Non per vendetta, ma per igiene democratica: per capire se, una volta persa la poltrona, si ha ancora voglia — e capacità — di fare politica. Quella vera, che non si scrive in lettere ossequiose, e non si manifesta con una serie interminabile di incarichi di sotto governo, ma si costruisce sul campo: senza post sdolcinati, ma con il lavoro concreto