Nel calcio, come nella vita professionale, c’è sempre un momento in cui qualcuno entra in scena con l’aria di chi sa come si fa.
Non perché l’abbia mai fatto davvero, ma perché lo racconta bene. Damian Comolli alla Juventus sembra appartenere a questa categoria: quella degli uomini di potere che arrivano con molte parole, poche certezze e una discreta allergia ai ruoli.
Dal giorno del suo insediamento fino a quindici minuti fa, la gestione sportiva bianconera è sembrata un esercizio di stile sull’arte dell’errore. La conferma di un allenatore senza convinzione, seguita da un esonero precoce, è stata la prima crepa evidente. Non una scelta strategica, ma un tentennamento istituzionalizzato. Nel lavoro, quando un capo non crede davvero nelle persone che guida, il gruppo lo capisce prima ancora che arrivi la comunicazione ufficiale.
Poi è arrivato il capolavoro: una sessione di calciomercato senza un direttore sportivo. Come se un’azienda decidesse di fare investimenti milionari senza un responsabile finanziario, affidandosi all’istinto, alle slide e a qualche telefonata ben piazzata. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e nemmeno il lavoro quasi miracoloso di un allenatore chiamato in corsa è riuscito a cancellarne le conseguenze.
Il mercato di gennaio merita un capitolo a parte. Rosa corta, ruoli scoperti, necessità evidenti. La risposta? Nessun acquisto. Una scelta che qualcuno ha provato a spacciare per rigore, visione, sostenibilità. In realtà, somigliava più a una sottovalutazione clamorosa dei problemi reali. Nel lavoro succede spesso: si confonde la prudenza con l’inerzia, e ci si accorge troppo tardi che non intervenire è già una decisione. Sbagliata.
Il direttore sportivo, figura chiave in qualsiasi club serio, arriva quasi un anno dopo. Quando ormai i danni sono strutturali e il tempo perso non si recupera più. È un classico anche nelle aziende: prima si pensa di poter fare tutto da soli, poi — quando i nodi vengono al pettine — si cerca il professionista che avrebbe dovuto esserci dall’inizio.
Un tempo, alla Juventus come in molte organizzazioni solide, i ruoli erano chiari. Gli amministratori delegati erano manager puri, attenti ai conti, alla governance, alla sostenibilità. Le scelte sportive venivano affidate a uomini di campo, competenti, riconosciuti, con errori e successi sulle spalle. Oggi invece assistiamo alla figura dell’uomo solo al comando, che pretende di sapere tutto senza dimostrare davvero di saper fare qualcosa fino in fondo.
Ed è qui che il calcio smette di essere solo calcio. Perché questa storia parla di programmazione mancata, di pianificazione confusa e soprattutto di un principio che nel lavoro vale sempre: le cose devono farle le persone competenti. Non quelle più visibili, non quelle più brave a raccontarsi, ma quelle che hanno studiato, sbagliato, imparato e costruito esperienza.
Alla fine, nel calcio come nelle aziende, i conti tornano sempre. E quando non tornano, non è mai colpa del destino, degli arbitri o della sfortuna. È quasi sempre una questione di scelte. E di chi le ha prese.
