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La corsa di Diana e le nostre direzioni

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Aveva solo 36 anni, Diana Spencer, quando nella notte tra il 30 e il 31 agosto lasciò l’Hotel Ritz per sfuggire a una manciata di obiettivi fotografici. Un’auto lanciata nel cuore di Parigi, un tunnel — Pont de l’Alma — che divenne per sempre una ferita nella memoria collettiva.

Il destino a volte si accanisce così: non bastano i titoli nobiliari, non bastano i sorrisi che accendono folle e salotti. Restano la fragilità, l’imprevedibilità, l’istante che decide tutto.

Eppure, a distanza di anni, ciò che rimane non è lo schianto, ma il segno lasciato. Perché la Principessa triste aveva insegnato, senza bisogno di proclami, che perfino dentro le prigioni dorate si può cercare un respiro autentico, un senso più umano delle cose.

Nella mia professione lo vedo ogni giorno: non basta correre, non basta nascondersi dietro numeri o strategie. Serve una direzione, un progetto che dia senso alla velocità. Altrimenti si rischia di trasformare il viaggio in una fuga senza meta.

Il ricordo di Diana ci ricorda proprio questo: che l’eleganza non è solo questione di apparenza, ma di coerenza. E che la vera forza, nelle aziende come nella vita, è avere una visione che non si spezzi al primo lampo di flash.