Io sono un quadro.
E già questo, per una prefazione, è fuori protocollo.
Di solito queste pagine iniziali sono affidate a professori dal cognome lungo, critici che parlano come se fossero pagati a subordinata, o amici dell’autore che devono restituire un favore elegante.
A volte ci infilano anche scrittori famosi, quelli che usano due metafore al posto del buongiorno. Per il suo libro precedente, per esempio, il nostro autore aveva avuto l’onore di una scrittrice di professione come Catena Fiorello.
Io, invece, no: sono un quadro.
Rappresento Squinzano, la sua città.
Eppure eccomi qui, appeso, a scrivere.
Che è un paradosso che solo il vostro autore poteva immaginare: dare voce a un oggetto che per mestiere sta zitto. Ma lui ha questo vizio — quello di vedere valore dove gli altri vedono arredamento.
Ho imparato a non stupirmene.
In anni di parete, ho osservato più di quanto un uomo confessi a se stesso.
Il ficus, lento come un pensiero antico, e la pianta che sembra marijuana ma non lo è.
E l’Ispettore principale, con la sua andatura precisa, un po’ stanca, come uno che sa che certe battaglie non si vincono se non si combattono.
Lo vedo arrivare, fermarsi, respirare. Ogni tanto guarda me, e sembra quasi chiedersi se un giorno diventerò un’opera d’arte. Io non lo so. Lui, forse sì.
In questo ufficio mezzo porto e mezzo rifugio, i racconti sono nati così:
tra un sospirare, un appuntamento difficile, una porta chiusa con troppa decisione, e un pomeriggio in cui la luce faceva sembrare il mondo più vero del solito.
Io non anticiperò nulla — i quadri non fanno spoiler: è una forma di eleganza che ci viene naturale — ma posso dire che qui dentro troverete la sostanza delle cose che contano davvero.
Le sfumature che restano quando il rumore si ritira.
C’è il lavoro, che a volte sembra una scienza inesatta.
C’è la gente, che lo è ancora di più.
C’è l’ironia, usata come salvagente.
E ci sono opere d’arte, quelle vere, quelle che hanno un nome importante e un passato pieno di musei.
Io le vedo transitare dentro le sue frasi e rimango immobile: non per modestia, ma per destino.
A ognuno il suo ruolo, anche quando è un po’ scomodo.
E poi c’è lui — il nostro Ispettore — che attraversa tutto questo con una cultura strana e bellissima: metà letteratura classica, metà rock italiano. Una geometria obliqua che gli permette di leggere la realtà con una delicatezza che non ostenta, ma che si sente, come una musica che arriva da dietro una porta.
Se entrando in queste pagine avrete la sensazione di approdare in un luogo già abitato, non preoccupatevi: succede spesso quando le storie sono oneste.
E quando c’è un quadro che osserva tutto, senza muoversi mai.
